E il mondo accademico che fa?

All’estero va a gonfie vele, in Italia non sfonda: tra il Revenue Management e le università del Bel Paese proprio non c’è feeling. Un disinteresse che può rivelarsi dannoso per la nostra economia.

Ho sempre ritenuto che lo studio e la sua applicazione siano la quintessenza del successo di una persona, di un gruppo di lavoro e di un intero sistema economico.

Durante i miei viaggi spesso mi sono trovato in Paesi dove l’organizzazione della ricerca e dello studio erano intimamente legati al sistema economico e sociale, che in realtà quasi ne governava le direzioni e gli equilibri.

Nel nostro Paese, benedetto  – per inciso – da menti brillanti e creative che il mondo ci invidia, la ricerca e lo studio nel mondo accademico sembrano vivere di vita propria e spesso autoreferenziale, come se le applicazioni/implicazioni nel mondo “reale” fossero qualcosa di scarso rilievo o comunque non ne rappresentassero l’obiettivo.

Questo è lo scenario che ho davanti da molti anni e lo rilevo con grande tristezza annotandolo nel mio taccuino mentale delle occasioni perse dal nostro Paese.

Da anni sto cercando di introdurre le nostre  tecniche di Revenue Management all’interno delle facoltà di Economia delle università, imbattendomi contro delle continue e forti resistenze. Capisco che sia un percorso che ha bisogno dei suoi tempi (la burocrazia fa il suo lavoro … e molto bene ahimè),  ma quello che mi lascia sgomento è il totale disinteresse del mondo accademico anche di fronte a risultati di eccezionale rilevanza a livello economico.

Ovviamente non dedico le mie giornate alla realizzazione di questo mio intento, ma quando lo faccio rilevo esclusivamente un generale interesse per l’organizzazione di master e corsi a pagamento in cui amano coinvolgermi, ma tutto si ferma poi alle porte della facoltà!

Altri Paesi come l’Albania e Argentina (giuro che non stiamo seguendo un ordine alfabetico), per esempio, stanno mostrando un notevole interesse nelle nostre tecniche di Revenue Management tanto da volerle inserire essi stessi nei loro percorsi universitari.

In Italia invece le stesse tecniche, in grado di dare dei risultati di indubbia e certificata rilevanza economica e in grado di fornire le basi per rilanciare un sistema economico, vengono assolutamente ignorate. Ma l’Università non dovrebbe studiare il modo per aiutare il nostro Paese a uscire da questo tunnel in cui noi stessi e chi abbiamo scelto di rappresentarci ci ha infilato?

Perché le facoltà di Economia non ci danno le soluzioni? Non sono loro i massimi esperti?

Propongo che il mondo accademico vada a studiare i casi economici di rilievo degli ultimi anni, le società che sono in crescita e cerchino di capire cosa c’è dietro quel successo.

Propongo, inoltre, la creazione  di un fratello gemello e buono di Equitalia che potremmo chiamare  “Premiaitalia” in cui qualcuno, con la stessa pedante determinazione, vada a ricercare i “buoni”, ovvero coloro che pagano le tasse e ogni anno di più (perché aumentano i loro redditi), che fanno tutto in maniera trasparente e legale, che creano economia reale, che creano impiego e tutelano il lavoro oltre ai lavoratori.

Che le menti brillati del nostro tempo si consapevolizzino e…il resto verrà da sé!

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