La destagionalizzazione per tutti: dalle città d’arte alla periferia

Partendo dall’analisi dei dati sulle presenze turistiche, accendiamo i riflettori sulla destagionalizzazione, ricordando che con il revenue si può cambiare in meglio il futuro di una Destinazione. Anche nelle località meno note

I dati sulle presenze turistiche in Italia durante ponti, week end ed eventi parlano di crescita. E in proiezione lasciano intravedere “bel tempo” anche per il futuro.

Ma le cose stanno davvero così? In questa  intervista su Media Hotel Radio, esprimo più di qualche perplessità.

Secondo me si tratta di dati gestiti in maniera troppo mediatica, mentre dovrebbero essere letti in modo più omogeneo.

Il “caso” Roma

Si prenda il caso Roma: è vero che si parla di un +6,7% (dato 2016), ma è altrettanto vero che non si prendono in considerazione eventi particolari (ad esempio l’Anno Santo) o ciò che spiega chiaramente l’Organizzazione mondiale per il turismo: ogni anno c’è un aumento fisiologico del turismo estero pari al 4% circa.

Significa che la crescita è davvero modesta. E analizzando i fatturati si scopre che gli alberghi hanno una gestione commerciale e tariffaria che porta occupazione e incassi inferiori rispetto a quelli ottimali. (Scarica la Guida al Revenue Management per gli Hotel di Città).

Non ci si rende conto che aumentando le presenze si hanno effetti positivi diffusi per indotto, economia e occupazione. Non solo in alta stagione, ma tutto l’anno.

Il miglior tour operator? L’albergatore

La destagionalizzazione è possibile, senza necessariamente aspettare eventi particolari. A mio avviso il più grande tour operator di una destinazione sono gli albergatori. Ma non sono consapevoli della loro forza, soprattutto se uniscono gli sforzi.

La destagionalizzazione, più agevole da raggiungere nelle città d’arte, può essere realtà anche in altre località leisure (mare, montagna) e in località poco note.

In effetti si ottiene di più in quei luoghi dove la freschezza delle persone che gestiscono gli hotel permette di cambiare strategie (in ottica revenue, chiaramente) e mettere da parte una visione tradizionale del settore.

I giovani guidano la “riscossa” della periferia

Il caso Roma è emblematico: si assiste sempre più spesso al sorpasso delle strutture gestite da giovani poste in zone svantaggiate della Capitale, rispetto a quelle che si trovano in centro (idem in altre grandi città).

E si può fare di più anche in alta stagione: siamo al mare e piove? Bene, si propongano ad esempio visite ai castelli o ai musei.

Io suggerisco sempre di mettere sul sito degli hotel suggerimenti sulle cose da fare durante le giornate di pioggia.

L’unione fa la forza (di una destinazione)

Detto questo, è importante ricordare i benefici che derivano dall’unità di intenti degli albergatori: se remano tutti nella stessa direzione, possono far crescere una destinazione, possono condizionare la domanda anche nelle realtà meno conosciute con politiche commerciali e tariffarie revenue.

Vantaggi solo per pochi? Sbagliato. Se aumentano le presenze, cresce anche la torta da dividere.

E ricordiamoci sempre: la destagionalizzazione non è una chimera: oggi il viaggista si muove anche in bassa stagione, se attratto dal buon rapporto qualità/prezzo o se viene stimolata la sua curiosità (ad esempio con un evento che non ha mai visto).

L’autogol della tassa di soggiorno

Infine un passaggio sulla tassa di soggiorno, il grande nemico degli albergatori. A mio avviso chi ci sceglie va premiato, non punito (Sconti, gadget, buoni spesa, ecc.). Ci vorrebbe un premio di soggiorno, altro che balzelli.

La tassa tende a indispettire e ad allontanare il turista. Che magari sceglie un’altra meta (anche all’estero). A mio avviso i soldi raccolti con la tassa di soggiorno non compensano affatto quello che si perdono a causa della diminuzione del numero di persone che ci preferiscono.

Se questo argomento ti piace, ascolta questa intervista: troverai altri spunti interessanti.

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