Tutto questo un giorno sarà tuo: le competenze non passano con il DNA

Il ricambio generazionale deve essere preparato per tempo, nel rispetto delle attese familiari, delle capacità e delle aspirazioni degli eredi, in funzione delle prospettive ed esigenze aziendali.

L’insufficiente preparazione degli eredi rappresenta uno dei principali fattori di rischio del successo del passaggio generazionale, ecco perché il tema della formazione va considerata nella doppia accezione, esterna (il percorso di studi vero e proprio e la formazione derivante da esperienze lavorative presso altre aziende) ed interna (intesa come percorso graduale che le nuove generazioni devo compiere all’interno dell’albergo famigliari tramiti processi di affiancamento ad esperti esterni o a responsabili interni al fine di conoscere al meglio la complessità aziendale).

Nel rapporto tra studio e lavoro, si incontrano spesso diverse modalità di inserimento in azienda: l’ingresso a giovane età, la scelta di svolgere in parallelo l’attività lavorativa e di studio e infine il completamento del percorso di studi prima di entrare in azienda.

Nel primo caso, il figlio decide di abbandonare precocemente il percorso di studi e, anche senza un diploma, scelga di entrare nell’albergo di famiglia. I vantaggi di questa scelta riguardano la possibilità, attraverso una lunga gavetta, di conoscere in dettaglio tutti gli aspetti operativi all’interno dell’albergo, ma il rischio è di formare un successore non adeguatamente preparato, soprattutto dal punto di vista manageriale e con scarso orientamento al futuro.

In questo caso è meglio limitare la gavetta e creare le condizioni al futuro erede affinché lui possa seguire dei corsi di formazioni specifici e che lui possa affiancare esperti esterni o Temporary Manager.

La seconda scelta, quella di svolgere contemporaneamente l’attività lavorativa e quella scolastica, caratterizza persone molto motivate e con tanta forza di volontà.

Il rischio è che riuscire a conciliare tutte e due le cose diventa molto impegnativo ed è spesso lo studio quello che ne risente maggiormente, con un alto rischio di abbandono.

Bisogna quindi ponderare bene lo sforza necessario per portare avanti sufficientemente bene tutti e due i percorsi.

La terza situazione riguarda il caso, purtroppo abbastanza raro, dei successori che hanno la possibilità di proseguire gli studi per conseguire una laurea e, se possibile anche un master.

Non è detto che si tratti sempre di corsi di laurea che hanno a che vedere con il potenziale ruolo di erede o che sia attinente all’ambito alberghiero.

Spesso le scelte dei successori vengono pesantemente condizionate dall’ambiente familiare e i figli si ritrovano a seguire corsi per cui non hanno alcun interesse e motivazione, rinunciando invece ai loro sogni e inclinazioni.

Il senso del dovere dei figli e l’orgoglio dei genitori sono cattivi consiglieri quando si tratta di scegliere una professione.

Esistono, purtroppo, anche situazioni improvvise ed impreviste che obbligano i figli ad abbandonare gli studi per curare gli interessi familiari, caso in cui è importante avere figure esterne alla famiglia in grado di affiancargli.

Nei casi fortunati in cui i successori hanno seguito un percorso di studi ad hoc, nell’ottica di entrare nell’albergo di famiglia, di solito le aspettative dei padri e dei figli siano molto alte ed è opportuno che l’imprenditore mostri  molta cautela nei tempi di delega, per non rischiare di fargli assumere responsabilità che non è ancora in grado di sopportare.

Purtroppo, sono rari i casi in cui l’inserimento di un figlio nell’albergo familiare sia strutturato e programmato.

Esso comporta non solo la frequentazione di un corso universitario attinente al ruolo che l’erede coprirà, alle sue inclinazioni e aspirazioni, ma, idealmente, almeno un’esperienza lavorativa in una terza azienda, meglio se all’estero.

Un tale percorso permetterebbe non solo di imparare le lingue, ma anche di creare quelle aperture mentali oggi imprescindibili per competere sui mercati globali.

 

Antonio: Da sempre mi sono ritrovato al fianco (in realtà qualche passo indietro) di un maestro: mio padre.

Perché di fatto lui era un maestro di “conoscenze” nel suo campo. Il guaio era che non era in grado di trasferire il suo “conoscere”. Dico “conoscere” e non “sapere” perché lui, da vero autodidatta si era formato completamente da solo, sul campo (e sulla sua pelle).

Ora, a molti potrà sembrare un vantaggio, e da un certo punto di vista lo è. Visto da un’altra prospettiva però, formarsi da soli ha i suoi limiti e mio padre ne aveva uno davvero grande: non riusciva a trasferire a noi figli tutte le sue conoscenze, ma soprattutto non riusciva a capire quanto fosse importante per noi e per lui fare questo passo. 

Per lui, trasferire tutta la sua preparazione voleva semplicemente dire “osservarci”, guardare ciò che facevamo, perché a lui era bastato questo per imparare tutto ciò che sapeva, senza avere spiegazioni e, di conseguenza, non era necessario darne a noi figli.

Scriveteci. Per qualsiasi informazione o per richiedere un consulto conoscitivo.

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