Tutto questo un giorno sarà tuo: le dinamiche familiari ed i loro pericoli

Il passaggio generazionale non è un momento, ma un processo: comincia ben prima che gli eredi varchino la soglia dell’azienda famigliare. Ha radici profonde nel modello-famiglia e nel modo in cui si è sviluppato il rapporto tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle e tra tutti i membri della famiglia che si troveranno poi a gestire l’albergo.
E’ stata la fiducia o il controllo a governare l’ambiente famigliare? I membri della famiglia sono stati liberi di esprimere se stessi o l’autorità e l’impostazione di un rigido sistema di regole hanno avuto la meglio?

Anche se al momento dell’entrata in scena dei figli nell’albergo di famiglia tutti gli attori coinvolti sono adulti, c’è un grande rischio che la partenza sia “falsata” da fatti e dinamiche poco giovevoli instauratasi molti anni prima, difficili da sanare, che metteranno un’impronta condizionante su tutto il processo del passaggio generazionale.

 

Genitori autoritari o assenti, un ambiente familiare teso, gelosie mal gestite tra i fratelli, un sottofondo conflittuale e ostile, preferenza spiccata per un figlio a discapito degli altri, un linguaggio violento e modi di fare aggressivi sono un fardello che ogni membro della famiglia porterà, a modo suo, anche malgrado se, nell’ambiente del lavoro.

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” scriveva il grande maestro Lev Tolstoj nell’incipit di “Anna Karenina”.

Ed è molto spesso il caso di guardare nella lontana infanzia dei protagonisti del passaggio generazionale per capire gli attualissimi e spesso inspiegabili problemi nella gestione di un albergo.

 

Non ci si può aspettare che un rapporto padre-figlio teso e squilibrato possa trasformarsi miracolosamente in un rapporto sereno tra due adulti che cooperano per la crescita del proprio business. Se ha radici profonde nel passato, la sfiducia non si può trasformare in fiducia.

Se non è stato coltivato fin dalla tenera età, l’ascolto non può fiorire da sé, e se non è stato insegnato e meritato, il rispetto non può essere preteso o dato per scontato una volta che si arriva a lavorare insieme.

 

Sta quindi ai genitori l’arduo compito di essere “sufficientemente buoni” per coltivare un ambiente famigliare accogliente e affettuoso, suolo fertile per le virtù elencate prima.

Ma se questo non succede, spesso per motivi legati alla loro infanzia e storia famigliare, cosa si può fare per non lasciare questo pesante fardello compromettere il delicato processo del passaggio generazionale?

 

Tutto parte dalla consapevolezza. E perché essa si raggiunga, è necessario avere il coraggio, ora che si è adulti, di dirsi le cose.

Anche (e soprattutto) quelle dolorose, quelle che si sono sempre tenute nelle pieghe nascoste del cuore, nascoste certe volte anche a sé stessi.

Genitori e figli hanno il dovere di mettere sul tavolo verità scottanti su fatti, dinamiche, ma soprattutto sentimenti di cui non si è mai parlato o lo si è fatto in maniera polemica e poco producente.

Il passato non si può “riparare”, ma capire cos’è andato storto e soprattutto come il passato influisce sul presente dà una possibilità ad un inizio fresco, sanato dal non-detto e dal non-osato.

Perché se non gestito e ricordato, il passato si ripropone con la sua prigionia fatta dalla ripetizione delle stesse dinamiche, anche quando i protagonisti sono ben oltre l’età dell’infanzia.

 

Occorre anche ricordare che i principi che regolano una famiglia non dovrebbero essere gli stessi che governano un’azienda.

Nella famiglia vige il principio della solidarietà e della protezione del più debole, nell’azienda quello della meritocrazia.

Portare nell’azienda le dinamiche della famiglia, sia quando sono evidentemente dannose (litigiosità, autorità, aggressività, prepotenza, mancanza di ascolto), sia quando esse sono virtuose (protezione eccessiva dei figli considerati “deboli”, difesa a priori delle “malfatte” degli eredi, tolleranza amorevole per i passi falsi e comportamenti poco giovevoli) impedisce la creazione di un ambiente di lavoro sano, competitivo e trasparente.

 

Perché l’azienda ha una vita sua, indipendentemente da chi l’ha creata.

E non è giusto compromettere la sua evoluzione ed il suo successo trasformandola nel palcoscenico dei propri drammi familiari.

 

Antonio: In realtà fin da piccolo ho pensato che in qualche modo il mio futuro sarebbe stato nell’azienda di famiglia. Non tanto perché qualcuno mi avesse mai detto “tutto questo un giorno sarà tuo” quanto piuttosto per il fatto che ne ero talmente “sommerso” che non riuscivo nemmeno a immaginare qualcosa di diverso per me.

D’altra parte, avevo avuto solo quel tipo di esempio professionale, quindi la mia era una proiezione del futuro più che naturale.

Mai e poi mai ho immaginato il momento in cui sarebbe avvenuto il passaggio vero e proprio. Anche perché noi figli siamo sempre stati dei meri esecutori di ordini, o di disposizioni che arrivavano dall’alto, ovvero da nostro padre.

Da principio ho pensato che fosse dovuto alla mia “tenera età”: crescendo però, notavo che certi meccanismi non cambiavano. Dunque, non era una questione anagrafica. E non importava nemmeno quanta strada avessi fatto in tutti quegli anni “meritandomi” un altro tipo di trattamento. L’autorità (e non autorevolezza) di mio padre continuava ad essere ferrea, su tutti, ancor di più su noi figli che eravamo considerati l’ultimo anello della catena (anche l’acquisto di una singola penna doveva passare per l’approvazione del capo, e questo fino agli ultimissimi tempi). Insomma, mio padre non aveva mai contemplato che un giorno – come accade in un qualunque processo aziendale, più o meno complesso – avremmo preso il suo posto.

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