Ryanair, low cost ed etica

L’etica? Nell’era dei social è fondamentale. Le aziende dovrebbero tenerne conto: il Revenue dimostra che chi valorizza il personale aumenta i profitti, mentre chi pensa solo ai costi rischia il flop.

etica e turismo

Qualche anno fa due care amiche di Giulianova, un’illuminata Direttrice e una professoressa di un Istituto Alberghiero mi proposero tra il serio ed il faceto di fondare il partito “Etica e turismo” e di candidarmi alle politiche con un programma che avrebbe avuto come scheletro o, come preferisco dire io, come leva madre il turismo e l’etica.

Il turismo alimenta una serie di processi economici che sebbene non siano sufficienti a generare il PIL che necessitiamo in questo Paese per vivere al meglio, sicuramente potrebbe rappresentare un grande slancio economico e sociale, riguardo l’importanza dell’etica non credo ci sia da dire molto.

Sono ancora qui a lavorare sodo e scrivere articoli e quindi quell’operazione evidentemente non andò in porto.

Quando il profitto schiaccia l’etica

Ovviamente non tutti la pensano come me in materia di etica e di turismo e meno che mai sembrerebbe farlo Michael O’Leary, il CEO della compagnia low cost Ryanair. Devo dire che non mi capita spesso di viaggiare con Ryanair, ma quando lo faccio sono sempre piuttosto contento e trovo il rapporto qualità/prezzo spesso molto buono.

Nessuna nega le indubbie capacità manageriali di O’Leary che ha sviluppato l’impero che comunque ha anche contribuito a creare, ma sicuramente il suo rapporto con il personale e i suoi atteggiamenti irriverenti e abbastanza provocatori non ne fanno una icona dell’etica turistica.

L’etica al tempo dei social

Ritengo che nell’era dei social essere poco etici possa essere molto deleterio per lo sviluppo e il futuro di un’azienda e se non capiamo che il tutto passa attraverso gli esseri umani che ci lavorano il danno risulta doppio.

Sembrerebbe che in Ryanair i piloti malpagati siano passati ad altre compagnie aeree, determinando una serie di annullamenti di voli che poi hanno avuto ripercussioni per Ryanair, sia economiche (penali da pagare per milioni di euro) sia di immagine.

Il signor O ‘Leary, forse dall’alto della sua 17esima posizione tra gli uomini più ricchi d’Irlanda – davanti a niente meno loro maestà gli U2 (li adoro) – forse si distrae sull’importanza degli stipendi per persone che passano ore e ore in un uccello di ferro, passando da un aeroporto all’altro, da uno stress all’altro, fisico e soprattutto psicologico.

Ovviamente parlo di tutti coloro che lavorano negli aerei ma in modo particolare dei piloti, da cui dipende la serenità di tutti i nostri voli.

Risparmiare sul personale, ne vale la pena?

Il low cost non mi ha mai convinto, poiché tocca corde delicate e cioè attenzione esagerata a tutti costi. E sappiamo tutti che quelli relativi al personale rappresentano la voce più importante su cui più o meno abilmente tutti si concentrano pur di poter fare tariffe basse e concorrenziali.

Inoltre il low cost, come già ho avuto modo di sottolineare in Revenue Management: la terza economia, ha il limite di non poter praticare tariffe superiori rispetto a vettori tradizionali poiché in quel caso sarebbero difficilmente preferite dagli utenti proprio a causa della qualità differente di servizio.

Il low cost è “nemico” dell’ottimizzazione del profitto

Il low cost non è il modo migliore per ottimizzare il fatturato e il profitto degli aerei o di molti altri comparti economici legati comunque dal filo del turismo, mentre lo è il Revenue Management che, facendo del servizio e della brand reputation una bandiera, permette di massimizzare fatturati e profitti potendo fare una tariffazione dinamica senza limiti in alto e con i limiti del costo variabile in basso.

Questo genera aumenti di ricavi di gran lunga superiori ai maggiori costi che inevitabilmente si hanno rispetto al lowcost. E soprattutto sposta l’attenzione sulla generazione dei ricavi e non sul risparmio dei costi salvaguardando molti posti di lavoro.

L’occasione è gradita per ricordare e ricordarci quanto del nostro successo dipenda dalle persone che lavorano con noi e per noi e distrarsi può essere molto deleterio per le sorti di un’azienda.

Un dipendente motivato rende di più 

Vorrei sollecitare tutti gli albergatori a pensare che aggiungere qualcosa agli stipendi degli impiegati, secondo programmi di soddisfazione imprenditoriale e percorsi motivazionali e formativi, è il metodo più efficace per aumentare la produttività delle singole persone e quindi dell’impresa. E ovviamente si evita che gli impiegati se ne vadano, creando tutti i problemi che possiamo immaginare (ovviamente se la risorsa è valida).

Qualcosa sembra impedire questi processi e mi chiedo: perché? Perché abbiamo paura ad aumentare gli stipendi? Forse si è troppo impegnati a valorizzare i costi e ci sfugge l’evidenza del valore economico di un impiegato ben formato e ben motivato?

Sono un imprenditore anch’io e non amo regalare i soldi ai miei collaboratori; ma premiare i risultati – e a volte anche il semplice impegno – può essere di vitale importanza per lo sviluppo di un’azienda.

“Etica e turismo” forse non sarà mai un partito politico, ma speriamo che diventino due parole sempre più pronunciate e sempre di più scritte visto che ognuno di noi è e sarà comunque coinvolto in qualche modo sia con l’una che con l’altra.

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